Questa poesia è dedicata al cellulare di un mio amico che accidentalmente è finito sul fondo di un fiume... :)
Ei fu. Siccome spento dato l'umido loco, stette il cellular ardito orbo di tanto mito, così percosso e attonito Francè al dramma stà, muto pensando all'ultimo squillo del cellular mortale; ne sa quando un simil congegno di bellezza fatale il suo vivace squillo a sostituir verrà.
Lui squillante in mano, vide il mio genio e tacque; quando con trillo assiduo cadde e morì tra le acque, di mille suonerie al sònito mista la sua non ha: vergin di servo encomio e di codardo pianto sorge or commosso al subito sparir di cotanto canto; e scioglie al fiume un cantico che forse non morrà.
Dalla Sardegna alla Sicilia, dalle Alpi al Tirreno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno; Squillò da Massa a Messina, dall'uno all'altro ciel.
Fu vero cellulare? Ai posteri l'ardua sentenza: nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui del creator suo spirito più vasto mito lasciar.
La procellosa e trepida gioia di scattare foto, l'ansia di un ragazzo che indocile scrive, fissando il vuoto; Riuscendo a salvare centinaia e di messaggi e di numeri ch'era follia sperar; Tutto lui provò: la gloria maggior dopo il periglio, i viaggi e la vittoria, la reggia e il lieto esiglio; più volte nella polvere, più volte sull'altar.